Una domanda che affascina da sempre
"Allenare il cervello" è uno slogan diffusissimo. App, giochi e programmi promettono di rendere la mente più rapida, la memoria più salda, il ragionamento più brillante. Ma il cervello si comporta davvero come un muscolo? La risposta, secondo la ricerca, è: in parte sì, ma con importanti precisazioni. Capire dove finisce la scienza e dove inizia il marketing è già un bell'esercizio di pensiero critico.
Che cos'è la neuroplasticità
Con neuroplasticità si intende la capacità del sistema nervoso di modificare la propria struttura e il proprio funzionamento in risposta all'esperienza. Non riguarda solo i bambini: è una proprietà che, in forme diverse, accompagna tutta la vita.
Alcuni studi classici lo mostrano bene. In un celebre lavoro, un gruppo di adulti senza esperienza fu invitato a imparare a fare giocoleria con tre palline. Le risonanze magnetiche effettuate dopo alcune settimane di allenamento mostrarono piccole variazioni nella materia grigia di regioni legate all'elaborazione del movimento; nelle stesse regioni la variazione tendeva poi a ridursi quando l'allenamento cessava. Un altro studio ha confrontato l'ippocampo, l'area cerebrale centrale per la memoria e la navigazione, dei tassisti londinesi, che devono memorizzare migliaia di strade, con quello di controlli della stessa età: la parte posteriore dell'ippocampo risultava più sviluppata nei tassisti, e più anni di lavoro corrispondevano a differenze maggiori.
Curiosità: nel studio sulla giocoleria, le variazioni cerebrali apparivano e svanivano con la pratica. Il cervello si modifica, ma non conserva per sempre tutto ciò che "allena": è una questione di uso, non di magia.
Il paragone con il muscolo: che cosa funziona
Come per un muscolo, l'uso ripetuto e mirato di una capacità tende a migliorarla. Chi si esercita su un compito specifico, che sia un'abilità motoria, una lingua o una sequenza di enigmi, in genere diventa più bravo in quel compito. Se pratichi calcoli a mente, la tua velocità di calcolo migliorerà; se risolvi tante matrici, riconoscerai più rapidamente gli schemi delle matrici.
Il paragone con il muscolo: dove non regge
Qui arriva il punto più delicato. Molti programmi di "brain training" promettono che migliorare in un gioco renda più brillanti anche nella vita quotidiana. Le revisioni scientifiche disponibili sono molto più caute. Un ampio studio online pubblicato su Nature ha coinvolto oltre undicimila persone che si sono allenate per sei settimane a compiti di ragionamento, memoria, pianificazione, abilità visuo-spaziali e attenzione: i partecipanti miglioravano nei compiti allenati, ma non mostravano benefici evidenti su compiti cognitivi più generali. Una revisione di oltre 130 studi pubblicata nel 2016 sulla rivista Psychological Science in the Public Interest conclude che le prove di benefici ampi e duraturi sulla vita di tutti i giorni sono deboli o assenti; nella stessa sintesi si ricorda che una nota azienda di brain training nel 2016 ha accettato di pagare due milioni di dollari per pubblicità ritenute fuorvianti.
Migliorare un esercizio non è migliorare la mente
La distinzione chiave è quella tra trasferimento vicino e trasferimento lontano. Il trasferimento vicino avviene quando l'allenamento migliora compiti molto simili: chi si esercita sugli accordi di un brano al pianoforte diventa più rapido anche su un brano simile. Il trasferimento lontano avvierebbe se quella pratica rendesse migliori in attività del tutto diverse, come giocare a scacchi o ricordare la lista della spesa. In laboratorio il trasferimento vicino si osserva spesso; quello lontano, quasi mai con la consistenza promessa dai pubblicitari.
Un esempio concreto. Ludovica risolve ogni sera cinque sequenze numeriche: dopo due settimane le sequenze le riconosce a colpo d'occhio, perché ha imparato gli schemi tipici (differenze crescenti, rapporti, alternanze). Ma questo la rende automaticamente più abile a seguire una discussione complessa o a pianificare un progetto? La ricerca suggerisce che il salto sia molto più lento e limitato di quanto le app suggeriscono.
Curiosità: gran parte del "miglioramento" che percepiamo nei giochi cerebrali è apprendimento degli schemi del gioco stesso. È un progresso reale, ma specifico: vale per quel tipo di problemi, non per l'intelligenza in generale.
Che cosa possiamo fare, concretamente
- Imparare cose nuove e impegnative (una lingua, uno strumento musicale, una nuova abilità) offre stimoli ricchi, variati e duraturi, più simili alla vita reale di un singolo gioco.
- Variare le attività invece di ripetere sempre lo stesso esercizio.
- Muoversi, dormire, coltivare relazioni: le evidenze che associano attività fisica regolare, sonno adeguato e vita sociale al benessere cognitivo sono tra le più solide disponibili, anche se valutare l'effetto causale di ognuna richiede prudenza.
- Divertirsi: la motivazione è parte dell'apprendimento, e un enigma che piace si risolve meglio di uno imposto.
- Diffidare delle promesse ("aumenta il tuo QI", "previeni il declino"): sono affermazioni che la scienza oggi non sostiene.
Un piccolo enigma per concludere
Sei tassisti londinesi imparano a fare giocoleria e uno solo di loro continua a esercitarsi per un anno. Al termine, chi delle sei persone ha più probabilità di aver mantenuto la migliore destrezza manuale? E soprattutto: questa destrezza le rende automaticamente più abili nel navigare le strade di Londra? Rifletti sulla differenza tra l'abilità allenata e tutto il resto.
Soluzione: ovviamente chi continua a esercitarsi. E no, la giocoleria non aiuta a guidare il taxi: due abilità diverse restano due abilità diverse. È esattamente il punto dell'articolo.
Conclusione
Il cervello è plastico, e l'esperienza lo modifica: su questo la scienza è chiara. Ma "allenare la mente" non significa che un gioco renda automaticamente più capaci in tutto. Gli enigmi sono un modo piacevole di esercitare il ragionamento, la curiosità e la pazienza: ottimi come passatempo stimolante, senza promesse che la ricerca non è in grado di sostenere. Se ti fa piacere metterti alla prova, trova nel Magazine e nelle prove di ragionamento del sito occasioni per esercitarti con leggerezza: il beneficio migliore è il divertimento di capire.
Fonti bibliografiche
Tutte le fonti seguenti sono state verificate nel 2026. Nessuna sostiene benefici clinici dei giochi cognitivi non dimostrati.
- Draganski, B., Gaser, C., Busch, V., et al. (2004). Neuroplasticity: changes in grey matter induced by training. Nature, 427(6972), 311-312. doi:10.1038/427311a
- Maguire, E. A., Gadian, D. G., Johnsrude, I. S., et al. (2000). Navigation-related structural change in the hippocampi of taxi drivers. PNAS, 97(8), 4398-4403. doi:10.1073/pnas.070039597
- Owen, A. M., Hampshire, A., Grahn, J. A., et al. (2010). Putting brain training to the test. Nature, 465, 775-778. doi:10.1038/nature09042
- Simons, D. J., Boot, W. R., Charness, N., Gathercole, S. E., Chabris, C. F., Hambrick, D. Z., & Stine-Morrow, E. A. L. (2016). Do "brain-training" programs work? Psychological Science in the Public Interest, 17(3), 103-186. doi:10.1177/1529100616661983
Questo contenuto ha finalità divulgative e non sostituisce una valutazione medica o psicologica individuale.
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